giovedì 22 marzo 2012

Memorie inedite


"18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice
della sconfitta del Fronte Popolare"

Nato a Venezia nel 1902, Luigi Gedda ha attraversato la storia di tutto il secolo XX militando fin dalla giovinezza nel movimento cattolico italiano. Membro dapprima della Società della Gioventù Cattolica italiana, a Torino, dove ha vissuto fino al 1917 con la famiglia, dopo il trasferimento a Milano in seguito alla morte della madre, scomparsa l’anno precedente, ha partecipato alla vita della Gioventù Cattolica Ambrosiana. Da allora la vita di Gedda sarà soprattutto caratterizzata — oltre che dalla professione di medico esperto di genetica, che lo porterà a diventare un’autorità di fama internazionale nel campo della gemellologia, culminata nella fondazione dell’Istituto Gregorio Mendel, tuttora da lui diretto a Roma — dall’appartenenza all’Azione Cattolica Italiana, della quale sarà Presidente centrale della GIAC, la Gioventù Italiana di Azione Cattolica, dal 1934 al 1946, Presidente degli Uomini di Azione Cattolica dal 1946 al 1949 e quindi Presidente Generale di tutta l’associazione dal 1952 al 1959.

Due mesi prima delle elezioni del 18 aprile 1948 fonderà i Comitati Civici, dopo aver ricevuto un suggerimento in tal senso da Papa Pio XII, al fine di costituire uno strumento capace di mobilitare i cattolici e gli italiani con un’efficace propaganda, in grado di opporsi al Partito Comunista Italiano e di superare l’astensionismo. Conosciuto soprattutto come l’uomo dei CC e della lotta contro il comunismo, in realtà esiste un’altra dimensione di Gedda, silenziosa e costante, manifestatasi nella costituzione della Società Operaia, un’associazione laicale fondata da Gedda a Roma nel 1942 e tuttora operante, allo scopo di "raccogliere quanti "laici come laici" volevano consacrare la vita a diffondere nel mondo presente il messaggio di Gesù" (1), seguendo una spiritualità incentrata nel Mistero dell’agonia di Cristo nel Getsemani. Alle caratteristiche di questa spiritualità, Luigi Gedda ha dedicato due opere (2). La Società Operaia è stata eretta in associazione di diritto pontificio dal Pontificium Consilium pro laicis nel 1981; una descrizione delle sue finalità è stata scritta nella biografia di Gino Pistoni, un giovane appartenente sia all’ACI e che alla Società Operaia, caduto ventenne durante la guerra civile in Italia nel 1944: "In sostanza, un modo di intendere la vita come consacrazione, come volontà di vivere non solo i precetti ma ancora i consigli evangelici, nel matrimonio o fuori del matrimonio, nel laicato o nel sacerdozio. Una coalizione di tutte le energie della Chiesa ai fini dell’apostolato, che non può essere inteso come il peso o il privilegio di pochi, ma come la responsabilità e la nobiltà di tutti, qualunque ne sia lo stato o l’età. Un’operosa nostalgia delle prime età cristiane che si vorrebbero far rivivere nell’ardore di vita e nell’amore fraterno che li contraddistingue. Un impalpabile e pur concreto vincolo fra anime che continuando la loro vita nelle loro case, e conservando la propria spiritualità si ritrovano unite in un comune riferimento al momento mistico del Getsemani, il momento della solitudine e del sacrificio della propria volontà a quella del Padre. Infine un comune proposito di vivere la propria fede in una costante realizzazione di "opere", che rendano gloria al Padre. Operai evangelici, operai di Cristo, consacrati per la vasta messe dell’apostolato dell’oggi e del domani" (3).

Finalmente, Luigi Gedda ha voluto mettere per iscritto alcuni aspetti della sua ormai quasi secolare militanza, in particolare prendendo spunto dalle udienze concessegli dai Pontefici Pio XI e Pio XII. Ne è nato un libro di memorie (4), di grande importanza per poter ricostruire correttamente la storia recente della nostra nazione. L’opera, uscita in Italia a ridosso del cinquantennale del 18 aprile 1948, ha sollevato un interesse notevole anche se quasi esclusivamente limitato alle elezioni del 1948, e Luigi Gedda è così ritornato per un momento al centro dell’attenzione dei mass media. Tuttavia, facendo un bilancio degli effetti visibili prodotti dall’edizione di queste memorie, si può ragionevolmente sostenere che esse abbiano sostanzialmente contribuito a riportare in auge la tesi secondo cui nel 1948 vi è stata una vittoria della Democrazia Cristiana, e di Alcide De Gasperi in particolare, contro il PCI di Palmiro Togliatti, con il contributo certamente importante, ma sostanzialmente episodico, dei CC di Luigi Gedda. In realtà, la lettura delle memorie e una riflessione un poco più meditata — peraltro presente nella storiografia sull’episodio, ma mai passata nel comune sentire (5) — portano oltre questa interpretazione, fornendo elementi per cogliere nella storia del cattolicesimo italiano elementi di un malessere del quale i Papi erano a conoscenza, malessere precedente e successivo all’episodio del 18 aprile.

Infatti, le novanta udienze concesse a Luigi Gedda, ventisei da Pio XI e sessantaquattro da Pio XII, hanno naturalmente come soggetto principale l’ACI, cui Gedda ha dedicato tanta parte della vita (6). Il resoconto di tali udienze permette così al lettore di entrare all’interno, e al vertice in qualche modo, della stessa ACI, attraverso il resoconto dei colloqui avvenuti fra uno dei massimi dirigenti prima e poi Presidente generale dell’ACI e i due Pontefici che, in quanto vescovi di Roma, avevano autorità diretta sull’ACI, organismo di apostolato gerarchico che impegna la Chiesa stessa nel suo apostolato. Il lettore potrà così avere nuovi elementi per valutare l’ascesa e il crollo dell’ACI svoltasi nel secondo dopoguerra, e soprattutto troverà motivo di constatare come l’opposizione allo stile dell’ACI di Gedda, e di Papa Pio XII — culminata negli anni 1960 nella cosiddetta "scelta religiosa" (7)  si manifesterà già negli anni 1950, con episodi gravi e significativi, come quelli relativi all’uscita dall’ACI, in polemica con Gedda, di due fra i suoi massimi dirigenti, Carlo Carretto e Mario Rossi.

Le udienze cominciano nel 1934 e le testimonianze di Gedda sono anzitutto legate a fatti che hanno relazione con la sua presidenza della GIAC, dal 1934 al 1946. Esse testimoniano il clima di contrapposizione "culturale" fra la Chiesa e il regime fascista, per quanto riguarda l’influenza sulla società; l’ACI era forse lo strumento principale attraverso il quale il cristianesimo doveva permeare il corpo sociale opponendosi al tentativo di alcuni esponenti della gerarchia fascista di creare l’"uomo nuovo" utilizzando il potere dello Stato, e per questo proprio l’ACI, la "pupilla degli occhi di Pio XI", era stata al centro dello scontro fra la Chiesa e il regime nel 1931 e lo sarà ancora nella crisi del 1938. Il 10 febbraio 1939 Papa Pio XI moriva e il 2 marzo veniva eletto Pontefice il cardinale Eugenio Pacelli con il nome di Pio XII.

Durante il pontificato di Papa Pio XI Gedda aveva fondato il Vittorioso, affidandone la direzione al giornalista e scrittore Nino Badano, un giornale giovanile che ebbe tanto consenso al punto che vent’anni dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1966, è stata fondata un’associazione nazionale di amici del Vittorioso; tuttavia, anche per ragioni anagrafiche, sarà durante il pontificato di Pio XII che l’opera di Gedda si svolgerà compiutamente. L’ACI era l’unica associazione non dipendente dal regime che avesse mantenuto una struttura organizzativa non clandestina e quindi, alla caduta del fascismo, Luigi Gedda capisce che l’ACI "[...] avrebbe perciò potuto fornire i quadri dirigenti, come di fatto avvenne, per la ricostruzione politica della nazione" (8). Nel 1946 viene nominato Presidente degli Uomini di Azione Cattolica e in questa veste, nell’udienza che ha per oggetto l’adunata nazionale degli uomini di AC dal 6 all’8 settembre 1947, affronta il tema del "[...] piano di azione per la prossima consultazione elettorale della Repubblica italiana e di come superare gli oltre quattro milioni di voti raccolti dai comunisti alle elezioni per l’Assemblea Costituente. Poiché sembra che i comunisti vogliano "bloccare" con i socialisti, si potrebbe indurre la Democrazia Cristiana a fare blocco con altri partiti e a utilizzare candidature significative come quella del conte Dalla Torre, che potrebbe temporaneamente dimettersi dalla direzione dell’"Osservatore Romano". Il Santo Padre menziona "Civiltà Italica", una iniziativa politica di monsignor Ronca, ed io obietto che meglio sarebbe riprendere l’Unione Elettorale Cattolica nominata dai Vescovi, che aveva bene funzionato in altri tempi ed Egli approva" (9). In un’altra udienza del 1947 il Papa è "[...] addolorato per il comportamento della Democrazia Cristiana e della Seconda Sezione della Segreteria di Stato a proposito dei rapporti con il Fronte dell’Uomo Qualunque" (10), a conferma della preoccupazione del Papa circa la possibilità che il PCI conquistasse la maggioranza relativa alle elezioni.

Così, nell’udienza del 10 gennaio 1948, Papa Pio XII afferma che "[...] si tratta di una lotta decisiva e che perciò è il momento di impegnare tutte le nostre forze" (11) e ribadisce la propria scontentezza "[...] per gli errori commessi dai democristiani, per le beghe interne al partito, per la leggerezza con la quale essi affrontano i problemi" (12):  nasce così l’idea di costituire quelli che poi Gedda vorrà far chiamare Comitati Civici, cioè organismi anzitutto preposti alla mobilitazione elettorale del mondo cattolico in vista delle elezioni del 18 aprile 1948.

Questa scadenza elettorale ebbe anche un riflesso sulla vita dell’ACI, come ricorda lo stesso Gedda, perché l’associazione si trovava divisa fra chi voleva affiancare la DC nella lotta elettorale, come l’allora Presidente Generale avvocato Vittorino Veronese, e chi invece, come Gedda, promuovendo i CC forniva "[...] un insegnamento fondamentale ai cattolici italiani impegnati ad assolvere un dovere elettorale: non è sufficiente l’esistenza di uno o più partiti di ispirazione cristiana, ma è necessario che esista una struttura politica non partitica in ogni diocesi, cioè che esistano un Comitato nazionale e dei Comitati diocesani composti da cattolici autentici e non interessati a una candidatura personale" (13), come farà lo stesso Gedda rifiutando la candidatura al collegio senatoriale di Viterbo offertagli dalla DC in occasione delle elezioni del 18 aprile. Il fondatore dei CC aggiunge poi, riferendosi a quanto successivamente accaduto nella storia del paese e del mondo cattolico, che la validità dell’esperienza unitaria provata allora con i CC per volontà di Papa Pio XII è confermata dalle "[...] tristissime vicende della prigionia e morte di Aldo Moro e della uccisione di Vittorio Bachelet, nonché la trasformazione degli Statuti dell’Azione Cattolica di Pio XI operata dai monsignori Costa e Guano" (14), che hanno provocato l’attuale disorientamento degli elettori cattolici, la loro divisione e l’impossibilità così di "imporre il pensiero cristiano alla politica italiana" (15). "Una struttura analoga a quella dei Comitati Civici — conclude Gedda — dovrebbe però avere, a differenza di quanto avvenne nel 1948, una vita permanente, in modo che essa possa garantire un’efficiente presenza e controllo dei cattolici sulla moralità della vita politica" (16).

Viene poi la tanto sospirata vittoria elettorale del 18 aprile. Opportunamente, Luigi Gedda fornisce il numero degli elettori che scelsero la DC nel 1946, nelle elezioni per l’Assemblea Costituente, cioè 8.101.004, e quelli che la votarono nel 1948, nelle elezioni per la Camera dei Deputati, cioè 12.741.299, per far capire come i quasi cinque milioni di voti in più non sarebbero arrivati senza la mobilitazione capillare dei CC. "Pio XII è molto rasserenato [...]. Osserva che anche Giannini dell’Uomo Qualunque avrebbe potuto ottenere un buon risultato, se non avesse sbagliato nel promuovere un fronte antigoverno mediante l’unità sindacale con la Confederazione Generale dei Lavoratori" (17), ricorda Gedda riferendo dell’udienza del 22 aprile, la trentunesima con Papa Pio XII.

La situazione della Chiesa in Italia e la politica nazionale non sono l’unica materia delle udienze fra Gedda e il Pontefice, anche se hanno un posto predominante, dato il ruolo ecclesiale e politico, anche se non partitico, del dirigente di ACI e fondatore dei CC. Per questo, Gedda trova il modo di presentare al Papa il suo libro Studio dei Gemelli (18), ma rimangono al centro delle conversazioni i grandi problemi del mondo cattolico italiano, nel quale, secondo Gedda, "[...] vige un clima di benestantismo, cioè di quietismo, e Pio XII commenta che "manca lo spirito di conquista"" (19) e mancano le scelte di politica nazionale: "Gli chiedo se dobbiamo continuare ad appoggiare la Dc con i Comitati Civici ed Egli approva questo orientamento, ma consiglia di non attaccare le destre perché non diventino a loro volta anticlericali" (20). A questo proposito, un certo rilievo merita la 47a udienza, avvenuta il 17 giugno 1952, di poco successiva al fallimento dell’Operazione Sturzo, quando il Papa avrebbe voluto la costituzione di un’unica lista per le elezioni comunali romane fra tutti i partiti anticomunisti, e incaricò don Luigi Sturzo di condurre appunto l’operazione. Ma Papa Pio XII e Gedda, che nel frattempo era diventato Presidente generale dell’ACI, dovettero subire il rifiuto di tutti i Presidenti dei rami dell’ACI, e cioè "[...] Carretto (Giac), Badaloni (Maestri Cattolici), Miceli (Gioventù Femminile) e Carmela Rossi (Donne Cattoliche), come pure la Fuci e i Laureati Cattolici; e questo perché l’operazione Sturzo coinvolgeva l’elettorato di destra. Soltanto Maltarello, presidente degli Uomini di Ac, si dichiarò favorevole" (21). Gedda trova il Papa "molto triste" (22), che "[...] osserva che l’Azione Cattolica collabora non con la Chiesa ma con la Democrazia Cristiana" (23), che gli parla di "amare scoperte" (24), arrivando ad affermare che "l’Azione Cattolica, per la quale sono stati fatti tanti sacrifici, non è più nostra" (25). In questo periodo matura il "ribaltamento" del pensiero di Carlo Carretto — che il 17 ottobre 1952 rassegna le dimissioni — la cui trasformazione si deve soprattutto "[...] all’influenza degli uomini della Democrazia Cristiana che lavoravano per un’intesa con i comunisti, e in particolare a Giuseppe Dossetti" (26). A Carretto succede Mario Rossi, che "[...] portò nella Giac la tendenza a considerare la politica estranea alla disciplina ecclesiale dell’Azione Cattolica, conferendole invece un’impronta di tipo marxista conforme al socialismo sopravvissuto al fascismo nel suo Polesine" (27); anche lui, nel giro di due anni, viene costretto alle dimissioni con quasi tutti i dirigenti centrali della GIAC (28).

Evidentemente, il malessere presente nell’ACI, che esploderà negli anni successivi al Concilio Ecumenico Vaticano II con la cosiddetta "scelta religiosa" — in sintesi, una linea pastorale che escludeva il desiderio di costruire una società il più possibile conforme al diritto naturale e rivelato, cioè escludeva quello spirito di conquista la cui assenza era già stata denunciata da Papa Pio XII — e che porterà al crollo delle iscrizioni, che nel 1954 avevano superato i tre milioni, tale malessere per Gedda venne acuito dalla riforma degli Statuti dell’ACI voluta nel 1953 dai "[...] Monsignori Costa e Guano, che trasformarono sullo schema della Fuci e della sua mentalità l’Azione Cattolica dei cinque rami stabilita da Pio XI" (29).

Ma qual’era questa mentalità? Un libro di memorie non è la sede per una risposta esaustiva a una domanda di questa portata. Un’indicazione può essere contenuta in queste parole, poste quasi al termine del libro: "La confusione non si manifestò soltanto ai vertici del partito, ma si estese anche alle organizzazioni cattoliche, per cui alla linea dell’ortodossia assoluta che aveva caratterizzato l’Azione Cattolica durante il fascismo e l’azione dei Comitati Civici, successe un periodo nel quale, a causa del cattivo esempio della Democrazia Cristiana, prevalse la linea di rispettare la democrazia qualunque essa fosse" (30). Esse ricalcano la denuncia di Papa Giovanni Paolo II nelle encicliche Centesimus annus ed Evangelium vitae a proposito della democrazia senza valori, del relativismo che porta all’autodistruzione dello Stato e della stessa convivenza nazionale. Queste parole descrivono anche le difficoltà dei cattolici italiani negli anni 1950, immersi in una situazione di apparente grande consenso e forza, ma in una nazione che andava secolarizzandosi nella cultura e nel costume e nella quale stava guadagnando consensi una risposta sbagliata a problemi reali, quella che già allora asssumeva i connotati del progressismo e che, nella ricostruzione di Luigi Gedda, aveva una posizione di forza e di grande influenza nella sinistra democristiana guidata da Giuseppe Dossetti.

La preziosa opera di Gedda aiuta così non soltanto a ricostruire la storia del paese e del movimento cattolico in Italia, ma permette anche di riconoscersi oggi nel lavoro apostolico di chi ha già combattuto la stessa "buona battaglia".

Marco Invernizzi



(1) Manuale operaio, Ed. operaie, Roma 1973, p. 24.

(2) Cfr. Luigi Gedda, Getsemani. Meditazioni per l’uomo d’oggi, 4a ed., Massimo, Milano 1987; e Idem, Spiritualità getsemanica, Massimo, Milano 1992.

 (3) Giovanni Getto, Gino Pistoni. Ritratto di un caduto per la libertà, a cura di Rodolfo Venditti, Piero Gribaudi editore, Milano 1994, p. 74.

(4) Cfr. L. Gedda, 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, Mondadori, Milano 1998.

(5) Sul 18 aprile 1948, cfr. il mio Democrazia Cristiana e mondo cattolico nell’epoca del centrismo (1947-1953), in Cristianità, anno XXVI, n. 277, maggio 1998, pp. 19-23.

(6) Per comprendere appieno la nascita e il significato dell’ACI, quest’ultima va situata all’interno della storia del movimento cattolico ma non va confusa con esso, di cui rappresenta una particolare modalità organizzativa. In sintesi, non si deve confondere l’"azione cattolica" con l’Azione Cattolica Italiana. A quest’ultima faccio riferimento in questo articolo, cioè alla realtà nata dai nuovi Statuti approvati il 2 ottobre 1923. La bibliografia sull’ACI è sterminata; per un primo approccio, prescindendo dalla posizione ideologica degli autori, cfr. Mario Casella, L’Azione Cattolica del tempo di Pio XI e di Pio XII (1922-1958), in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia 1860-1980, vol. I/1 I fatti e le idee, Marietti, Torino 1981, pp. 84-101; Renato Moro, Azione Cattolica Italiana (ACI), ibid., vol. I/2, I fatti e le idee, pp. 180-191; Guido Formigoni, L’Azione Cattolica Italiana, Àncora, Milano 1988; e Mario Agnes, L’Azione Cattolica in Italia. Storia identità missione, a cura e con presentazione di Michele Zappella, Sangermano, Cassino 1985.

(7) Sulla "scelta religiosa", cfr. ACI, scelta religiosa e politica. Documenti 1969-1988, AVE, Roma 1988, a cura di Raffaele Cananzi, Presidente nazionale dell’ACI in quel tempo; e cfr. anche La Chiesa italiana e le sue scelte. La questione della "scelta religiosa". Contributo a un dibattito, Quaderni, 2, Supplemento a Litterae Communionis - CL, 1983, che raccoglie i risultati di un lavoro seminariale condotto da don Luigi Negri.

(8) L. Gedda, 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, cit., p. 87.

(9) Ibid., pp. 104-105.

(10) Ibid., p. 105. Il Movimento, poi Fronte dell’Uomo Qualunque è un movimento politico fondato — con il settimanale L’Uomo Qualunque — dal commediografo, giornalista e uomo politico campano Guglielmo Giannini (1891-1960) nel secondo dopoguerra in alternativa ai partiti del CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale, alla cui prospettiva politica cerca di contrapporre appunto le esigenze degli "uomini qualunque": cfr. Sandro Setta, L’Uomo qualunque. 1944-1948, 2a ed., Laterza, Roma-Bari 1995.

(11) L. Gedda, 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, cit., p. 115.

(12) Ibidem.

(13) Ibid., pp. 126-127.

(14) Ibid., p. 127.

(15) Ibidem.

(16) Ibidem.

(17) Ibid., pp. 132-133.

(18) Cfr. ibid., p. 146.

(19) Ibid., p. 147.

(20) Ibidem.

(21) Ibid., p. 153.

(22) Ibidem.

(23) Ibidem.

(24) Ibidem.

(25) Ibid., pp. 153-154.

(26) Ibid., p. 154; su Dossetti, cfr. la mia Nota su Giuseppe Dossetti e sul dossettismo, in Cristianità, anno XXV, n. 263, marzo 1997, pp. 3-6.

(27) L. Gedda, 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, cit., p. 155.

(28) Cfr. ibid., p. 156.

(29) Ibid., p. 172.


            DI HS

comedonchisciotte.org



Quando Moro venne rapito e assassinato non avevo ancora compiuto sette anni e facevo le elementari dalle suore. Con il trascorrere degli anni i ricordi si sono fatti meno nitidi e più confusi nei particolari. Rammento le inquietudini e la tensione spasmodica, ma anche una sorta di torpore quotidiano per certo aspetti. E’ vero: il paese stava affrontando la prova del più grave delitto della stagione del terrorismo genuino o pilotato, ma che volete farci ? In fondo tutto rientrava in una specie di “normalità” mostruosa quanto si vuole, ma sempre normalità… Per noi che eravamo dei teneri virgulti non ancora affacciati sui percorsi più aspri della vita erano sì giorni convulsi, ma i nostri occhi brillavano soprattutto per le magie della nuova animazione giapponese dei robottoni con il capostipite di quest’ondata “Atlas Ufo Robot: Goldrake”. Tuttavia, per la prima volta nella nostra giovane vita di bambini nati fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, misuravamo per la prima volta quella che poteva essere la dimensione drammatica e perfino tragica dell’esistenza. Se con i 55 giorni fra la strage di via Fani e l’assassinio dello statista scoprivamo la ferocia dei quegli anni di violenza “politica” e “impolitica”, assistendo alle puntate del mitico “Goldrake” ci immergevamo per la prima volta nella visione di un cartone che si segnalava per le sue tematiche all’epoca piuttosto “forti” rispetto a Disney e ad Hanna & Barbera.



Ricercare e rispondere alle domande – alcune non tutte ! – sui misteri dell’affaire Moro è per me, in certo qual modo, vita perché in fondo io sono “nato” in quella terribile primavera del 1978. Insomma, da dove veniamo noi, figli del benessere postmoderno e quale è stato il significato del delitto Moro in un paese come il nostro che, quasi da un giorno all’altro, è entrato nel novero dei paesi ricchi e “opulenti”. Chi e come ha “governato” quel passaggio epocale e così mirabilmente descritto da Pasolini nei suoi “Scritti Corsari” che ha reso l’Italia un paese antropologicamente diverso, edonista e consumista ? Moro costituiva realmente un ostacolo per taluni disegni ?



Si può discutere senza sosta e senza fine sul carattere, gli obbiettivi e l’essenza della linea di “apertura a sinistra” dell’onorevole democristiano Aldo Moro, coglierne indubbi difetti, doppiezze e pure ambiguità, ma è indubitabile che almeno dal 1964 la sua carriera politica fu al centro del mirino con tentativi e di attentare alla sua vita e di influenzare, condizionare, deprivare e neutralizzare la dirittura politica di cui era portatore e promotore. Nessun altro politico della storia della Repubblica italiana ha avuto in sorte una carriera politica così travagliata, contrastata e minacciata e ciò fa riflettere sul quanto scomodo egli fosse per nutriti settori dell’establishment interno ed internazionale. Il delitto Moro entra indubitabilmente nel grande pantheon degli assassinii politici del Dopoguerra, quelli perpetrati nei confronti di leader appartenenti all’establishment che proprio per volontà e propositi di cambiamento e di riforma sono stati eliminati proprio dal “Sistema”. Moro, quindi, accanto a personalità come i due Kennedy, Palme e Rabin, ma l’ombra dell’intero affaire Moro si staglia ancor oggi sul nostro paese. Pesa come un macigno in una Repubblica dall’impianto istituzionale e sociale fragilissimo. Spauracchi, paure, ricatti incrociati, avvertimenti in stile mafioso, colpi bassi intorno al fantasma di Moro e dietro questo gran rumoreggiare e a questa appropriazione indebita di cadavere il silenzio dell’anima. L’impressione principale che se ne ricava è che in fondo le verità dell’affaire Moro sono molto più delicate e inquietanti di quello che ancor oggi possiamo pensare. La morte di Moro ha stroncato e dettato carriere, scosso coscienze e ci interroga sulla zona d’ombra della nostra Repubblica e sui meccanismi anche internazionali della macchina del Potere. Per questo nessun delitto politico è paragonabile a quello dello statista democristiano e non solo per complessità dei retroscena, per le complicità, le contiguità , gli intrecci con gli altri cosiddetti misteri d’Italia e i lati più oscuri ed inquietanti. Neanche il caso JFK ha potuto assumere una tale rilevanza in America. L’ombra di Moro sussurra alle nostro orecchie cose che non vorremmo sentire, insinua parole inquietanti e dure sulla nostra giovane e sgangherata “democrazia” e sul nostro essere “italiani”. Quando poi subentra il silenzio omertoso, complice o imbarazzato quel sussurro diventa grido…



Questo lungo articolo non si propone di scrivere la parola “Fine” sulla vicenda, che, peraltro sarebbe intenso assai immodesto, ma di fare un excursus sui tentativi di attentare alla vita di Moro e di bloccare con mezzi “sleali” la sua linea di collaborazione con le sinistre, PSI prima e PCI poi, prima della strage di via Fani e del sequestro Moro. A partire da queste premesse non si può non convincersi quanto fossero state veritiere le parole del giornalista Mino Pecorelli che riteneva le BR soltanto uno strumento, un “pugno di killer senza cervello”, in quel caso al servizio di qualche lucido “Superpotere”. Da quanto ho precedentemente scritto sull’”Affaire Moro” diventa chiaro e lampante che le BR furono affiancate e fiancheggiate da “alleati” insospettabili e ancor oggi il ruolo della loggia massonica P2 è da sondare nei particolari e nei dettagli. Se poi consideriamo la cronistoria di quei tentativi che hanno preceduto via Fani non si possono che trarre le logiche conseguenze: i mandanti e gli ispiratori sono quasi esclusivamente da ricercarsi in “campo occidentale”, nel lato Ovest della bussola della Guerra Fredda. Moro dava fastidio ad interessi di volta in volta politici, strategici, militari, economici, imprenditoriali e finanziari riconducibili a taluni ambienti americani, inglesi, italiani o “italoamericani”. L’anticomunismo di carattere fanatico o viscerale e quello più pragmatico dei businessmen, degli uomini di affari e dei faccendieri hanno fatto il resto. E’una tesi che ha parecchio da condividere con quella dello storico americano Tarpley.

In quanto anticomunista per estrazione, Moro poteva essere stato giudicato un “traditore” da tribunali mica poi tanto ignoti anche se poi lo statista cercava di convincere che non c’era contraddizione fra la sua avversione al comunismo e le sue “aperture” come ha anche scritto ad interlocutori americani. Da uomo di centro cercava di mantenere il paese nelle redini di una DC che non poteva più chiudersi di fronte alle istanze riformatrici. Si trattava anche di “rinnovare” il partito scudocrociato arginando al tempo stesso l’avanzata delle sinistre che si presentavano sempre più come le sole forze capaci di imporre le riforme necessarie. In generale non venne capito…Non si comprese che si trattava essenzialmente di un democristiano DOC che guardava a sinistra per mangiare terreno ai partiti di sinistra. Per ottenere le tiepide aperture da parte dell’amministrazione Kennedy nei confronti del centrosinistra fondato sull’intesa DC – PSI Moro faticò non poco. Altri cominciarono a trattarlo alla stregua di un nemico da eliminare, un venduto ai comunisti che avrebbe aperto le porte alla loro progressiva presa di potere. Altri ancora rifiutavano semplicemente che il paese andasse nella direzione auspicata da Moro. Una miscela esplosiva per quei tempi e non solo…



Tutto inizia forse nel lontano 1964…



L’inizio è la fine…



Nel corso di questo viaggio faremo spesso ricorso agli articoli inquietanti ed allusivi di un curioso giornalista, Mino Pecorelli, conosciuto anche per essere stato fra la schiera ristrettissima di persone a conoscenza dei più scottanti retroscena del caso Moro come il “mistero” del covo di via Gradoli e della sua scoperta. Con ottime entrature nella massoneria e nei servizi segreti e ancora nel mondo politico ed economico finanziario, Pecorelli verrà assassinato vicino alla redazione del suo piccolo giornale il 20 marzo del 1979 da sicari presumibilmente tratti dal sottobosco criminale della banda della Magliana. Quasi certamente le ragioni della sua morte stanno nei segreti attinenti all’affaire Moro di cui era depositario e nella sua intenzione di pubblicarli. Un giornalista “kamikaze”, quindi, alla ricerca dello “scoop mortale”, secondo l’efficace titolo di un vecchio libro su Pecorelli scritto dalla giornalista de “Il Messaggero” Rita Di Giovacchino. Quel che è più sconcertante è che il bizzarro giornalista si era già occupato per la prima volta di un tentativo di colpire Moro nel lontano 1967, in un articolo su “Mondo d’Oggi”, foglio che tra i finanziatori annoverava probabilmente anche L’Ufficio Affari Riservati del Viminale. Nell’articolo senza firma e dal titolo “Dovevo uccidere Moro” vennero rivelati i contorni e i particolari di un tentativo di sequestrare e, nel caso, assassinare lo statista democristiano colpevole di aver consentito l’accesso al governo al PSI, modalità che richiamano appunto alla mente il sequestro brigatista. Quel progetto criminoso risaliva al 1964, l’anno della grave crisi di governo del primo centrosinistra e del “rumor di sciabole” del ricatto golpista del generale dei carabinieri De Lorenzo incoraggiato dal Presidente della Repubblica Antonio Segni. Quel sequestro poteva avere qualcosa a che vedere con il Piano SOLO dei carabinieri “delorenziani” ? Proseguiamo… Secondo l’informatissimo Pecorelli l’agguato avrebbe dovuto essere realizzato da un commando agli ordini del colonnello dei paracadutisti Roberto Podestà già istruttore di truppe speciali. La congiura sarebbe stata ideata da alcune personalità politiche fra cui spiccava un ex Ministro della Difesa di cui diremo più avanti. Questo ex Ministro avrebbe fatto da trait d’union fra i “politici” e gli esecutori del piano. Così scriveva Pecorelli:

“Podestà avrebbe comandato un reparto di ranger e dopo aver messo fuori combattimento la guardia del corpo del presidente, lo avrebbe fatto prigioniero trasferendolo in una località sconosciuta. (…) Stando a quello che dichiara l’ufficiale, in un giorno imprecisato del 1964 egli fu avvicinato da un funzionario di un non precisato ministero, il quale lo informò che alcuni alti personaggi avevano bisogno della sua opera di soldato e patriota. Il piano, secondo il Podestà, prevedeva di eliminare l’onorevole Moro, già allora presidente del Consiglio, e di fare in modo che la colpa ricadesse su elementi di sinistra. Purtroppo, per gli ideatori del colpo, tutto andò a monte perché intanto si erano venuti a modificare alcuni presupposti per un cambiamento di regime. I motivi del presupposto disagio erano venuti a cadere inoltre era stato eletto il nuovo presidente della Repubblica nella persona dell’onorevole Saragat. (…) Podestà aveva una serie di cartine nelle quali erano riportati i tragitti abituali del presidente del Consiglio Moro, con tutti gli orari, il nome delle persone al seguito, il numero preciso degli agenti della scorta presidenziale, che sorvegliano la sicurezza del presidente. Inoltre l’ufficiale dei paracadutisti, che a suo dire avrebbe dovuto portare a termine l’incredibile missione, era in possesso di una serie di fotografie della casa dell’on. Moro e di una lista completa di tutte le guardie speciali che si alternavano alla vigilanza del presidente del Consiglio. Di queste guardie, un rapporto aggiornato in possesso di Podestà dava tutti i dati fisici e morali: il peso, la probabile forza fisica, il coraggio, lo spirito di iniziativa e di decisione. Inoltre esisteva anche un progetto di corruzione di queste guardie del corpo. Una volta impadronitosi del presidente del Consiglio, Podestà e suoi uomini lo avrebbero condotto, come si è detto, in una località segreta. L’ufficiale dei paracadutisti ha aggiunto, per colorire il dramma del racconto, che durante la prigionia, Moro avrebbe potuto essere ucciso: questa evenienza veniva lasciata a discrezione di chi avrebbe dato ordini per lo svolgersi delle varie fasi del colpo militare.”



Scritto nel novembre 1967, questo articolo costò la chiusura del foglio su cui i servizi segreti dovevano esercitare un’influenza non indifferente. Quello che sarebbe accaduto una decina di anni dopo circa avrebbe gettato luce sulla reale credibilità e attendibilità del colonnello dei paracadutisti.

Le analogie fra il piano di sequestro del 1964 e l’azione brigatista del 1978 sono tante ed evidenti. Secondo il progetto rivelato dal colonnello Podestà le responsabilità del sequestro avrebbero dovuto essere indirizzate verso spezzoni della sinistra. A quei tempi, e neanche tre anni dopo, quando Pecorelli scrisse l’articolo in oggetto, le BR non esistevano ancora. Nel 1978 ci avrebbero pensato loro a rapire e poi assassinare l’onorevole Moro senza che ci fosse bisogno di attuare alcuna opera di “depistaggio” per incolpare l’estrema sinistra. Dallo scritto, però, emerge anche che l’azione doveva essere portata a termine da un commando di uomini provenienti per la maggior parte certamente da corpi speciali o, comunque, molto preparati militarmente alla guida di un ufficiale dei parà. Qualcosa che potrebbe far pensare ai nuclei e alle cellule più specializzate della rete atlantica STAY BEHIND. In ogni caso, a parte l’utilizzo di uomini addestrati e preparati dal punto di vista militare, niente poteva essere lasciato all’improvvisazione. I congiurati e i loro esecutori erano ben attrezzati e ben informati e non si può neanche dire il contrario dei brigatisti che agirono quattordici anni dopo. Certo il commando brigatista che assaltò la scorta del Presidente della DC non poteva e non può essere considerato alla stregua di un gruppo raccogliticcio di pseudoterroristi o di guerriglieri urbani improvvisati. Erano bene informati su tragitti, uomini della scorta, ecc… Quindi possedevano fonti di prima qualità con talpe nei ministeri. Dalle varie inchieste sulla strage di via Fani sappiamo che i nessuno dei brigatisti arrestati possiede particolari capacità militari come lo stesso Moretti ha ammesso. Eppure c’è chi sparo a raffica con un precisione millimetrica annientando gli uomini della scorta e avendo cura di “risparmiare” Moro. Chi è esperto nel campo di queste azioni basate sull’”imboscata” ha dovuto ammettere che l’operazione brigatista in via Fani non ha eguali nei paesi occidentali che pure sono stati testimoni di parecchi episodi di “terrorismo” di “alto livello”. Ciò significa che, o hanno partecipato all’azione brigatisti che non conosciamo e particolarmente abili nell’uso delle armi a corto raggio o i brigatisti sono stati affiancati da altri soggetti più preparati dal punto di vista militare. In particolare risulta che una sola arma abbia espulso la metà dei colpi sparati nell’agguato. Un altro particolare importante, emerso da una perizia della Questura di Roma secretata per venti anni, riguarda la qualità di una parte di bossoli di proiettile rinvenuti in via Fani che risultava rivestita di una particolare vernice protettiva. Tali proiettili “in dotazione a forze non convenzionali” provenivano da un deposito nell’Italia centro settentrionale le cui chiavi erano in possesso di sole sei persone. Forze non convenzionali sul tipi delle STAY BEHIND, di GLADIO o similari ? Inoltre se in caso di realizzazione del sequestro nel 1964 il destino di vita o di morte dell’allora Presidente del Consiglio dipendeva discrezionalmente da chi dirigeva quell’operazione militare, è possibile che tale situazione si sarebbe presentata fra il marzo e il maggio del 1978 ? Se così fosse… Se la vita dell’ostaggio dipendeva realmente dalla volontà e dalla discrezionalità di chi dirigeva i carcerieri di Moro non potremmo forse essere costretti ad ammettere che la successiva disputa fra “fermezza” e “trattativa” e le successive vere e presunte trattative e i tentativi di approccio con i brigatisti furono inevitabilmente inutili ed ininfluenti ? I giochi che furono fatti successivamente sulla pelle dell’ostaggio non furono forse nient’altro che giochi politici e di potere in cui le varie parti coinvolte pensavano di trarre il maggior profitto e beneficio dall’esito del sequestro. A mio parere quando Moro cadde nelle mani delle BR, quel 16 marzo, la sua sorte era segnata per l’ottanta per cento che è diventato cento per cento quando l’uomo politico democristiano ha pensato di salvarsi dispensando scottanti rivelazioni.



L’esistenza di questo piano dimostrerebbe come in Italia la lotta “politica” sia stata condotta anche con spreco di strumenti mafiosi, terroristici e delinquenziali, il che non dovrebbe stupire molto. Ma chi era, invece il misterioso ex Ministro della Difesa R. – come lo aveva siglato Pecorelli sul suo articolo – che per questo gruppo di congiurati politici faceva da “ufficiale di collegamento” con il colonnello Podestà ?

Il profilo si adatta quasi alla perfezione con l’ex Ministro della Difesa repubblicano Randolfo Pacciardi. Già volontario per le Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola, convinto antifascista e ultralaico, dopo la guerra Pacciardi aveva virato verso l’anticomunismo più spinto nel nuovo clima della Guerra Fredda. Massone e vicino ai circoli massonici americani, da Ministro della Difesa aveva stretto rapporti molto forti con l’ambasciatrice americana Claire Booth Luce con la quale condivideva la radicale avversione nei confronti dei comunisti. Fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta Pacciardi aveva partecipato a diversi convegni anche promossi nell’ambito della NATO in cui veniva affrontato il tema della guerra politico – ideologia – militare all’Unione Sovietica. Il suo modo di concepire tale battaglia convergerà con le concezioni dell’OAS, l’organizzazione terroristica francese colonialista che si opponeva all’indipendenza algerina a suon di bombe. La consulenza di ex militanti dell’OAS sarà molto preziosa per la nuova guerra “non ortodossa” e “a bassa intensità” condotta dagli organismi della NATO e avrà un ruolo non secondario nella diffusione dell’ondata dell’”euroterrorismo” nei decenni successivi. Secondo i “miliziani” dell’OAS, naturalmente anticomunisti, la cosiddetta decolonizzazione non era altro che l’esito di un complotto comunista internazionale a cui opporsi con ogni mezzo. Principalmente occorreva liberarsi della vecchia discriminante “antifascista” per ergere quella anticomunista in maniera dura e decisa. Cardine di questo “scontro di civiltà” contro il comunismo doveva quindi essere l’alleanza fra quelli che un tempo erano stati acerrimi nemici: gli antifascisti – specie quelli di matrice “atlantica” – e i nazifascisti. In effetti nell’OAS erano confluiti, oltre agli ex collaborazionisti, ex partigiani e deportati. A Lisbona ex aderenti dell’OAS fonderanno la centrale terroristica Aginter Press, centro di collegamento internazionale dell’estrema destra europea ed anche in rapporti con la CIA e la NATO. L’Aginter Press ha sicuramente avuto qualche ruolo nella “strategia della tensione” italiana, soprattutto per quel che riguarda la strage di piazza Fontana e le bombe a Milano e Roma del 12 dicembre 1969, e ad essa facevano riferimento le maggiori organizzazione neofasciste italiane Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Anche Pacciardi si convincerà che la guerra la comunismo richiedeva un’alleanza più stabile con i neofascisti. Queste frequentazioni gli costeranno l’espulsione dal PRI. Successivamente fonderà un piccolo movimento ispirato al presidenzialismo gaullista , Nuova Repubblica, a cui aderirà un nutrito gruppo di ex repubblichini ed ex fascisti come Accame e Pisanò.

Ovviamente contrario alla svolta del centrosinistra così sostenuta dall’onorevole Moro in quanto giudicato il primo passo verso la conquista del potere da parte dei comunisti, Pacciardi, da ex Ministro della Difesa si poteva trovare nelle condizioni ideali per avvicinare elementi dei corpi speciali o non convenzionali e convincerli a partecipare alla congiura facendo leva sui sentimenti patriottici e nazionalisti. In definitiva Pacciardi faceva parte di quella schiera di “estremisti di centro” che avevano deposto l’abituale antifascismo per abbracciare l’anticomunismo tipico degli anni della Guerra Fredda. “Estremista di centro” come lo furono il partigiano liberale e monarchico dalle amicizie americane ed inglesi Edgardo Sogno, il partigiano “bianco” Fumagalli fondatore dell’ambigua formazione terroristica MAR e l’ex Ministro socialdemocratico Ivan Matteo Lombardo. Secondo i piani golpisti del generale De Lorenzo Pacciardi avrebbe dovuto entrare nel Gabinetto del Governo provvisorio così auspicato da Confindustria, Confagricoltura, e altri potentati. Poi, probabilmente, il piano SOLO divenne qualcos’altro: da piano golpista dell’Arma dei carabinieri mutò in manovra ricattatoria nei confronti di Moro e Nenni per attenuare i propositi riformisti della futura compagine di centrosinistra. In questo modo anche i progetti golpisti sfumarono. Comunque la partecipazione al futuro governo golpista ed emergenziale risulta un elemento per sostenere che il piano di sequestro dell’allora Presidente del Consiglio Moro aveva qualche attinenza con il piano SOLO e, anzi, poteva costituire il “segnale” per avviare l’intera operazione. Dieci anni dopo secondo i piani del nuovo tentativo di “golpe” da parte dell’ex partigiano “bianco” Sogno, Pacciardi avrebbe dovuto essere il Primo Ministro del futuro governo.

Sembra che Pacciardi sia stato il prezzemolo di gran parte delle manovre più o meno golpisti che hanno afflitto la Repubblica.



In definitiva la vita politica di Moro era già nel mirino negli anni Sessanta e quando verrà perpetrata la strage di piazza Fontana lo statista democristiano, allora Ministro degli Esteri, in seduta al Consiglio d’Europa a Parigi, sarà costretto a tornare in Italia mentre qualcuno teme per la sua vita.

Da qualche tempo, in seguito ai fallimenti riformatori del centrosinistra, Moro aveva già lanciato la cosiddetta “strategia dell’attenzione”, la possibilità di collaborare con un PCI rinnovato e “democratizzato”.



Ma, invece, le circostanza che portano il piano di sequestro del 1964 ad assomigliare così tanto all’operazione brigatista di quattordici anni dopo può veramente significare che la fine avrebbe coinciso con l’inizio ?







Bagaglino e servizi “ultrasegreti”



“La casa – Gli uomini di Moro sono quindici. Ben poca cosa se si pensa che Enrico III di Valois quattro secoli fa ne aveva quarantacinque. Il che non evitò di cadere sotto il pugnale del frate domenicano Giacomo Clément. I quindici uomini di Moro si muovono alle dirette dipendenze di un questore, il Dott. Giulio Saetta, ispettore generale di P.S. presso il Ministero dell’Interno. Questo quindici valorosi, reclutati fra il fior fiore della Pubblica Sicurezza e dei carabinieri, sono comandati in permanenza al servizio di vigilanza. La loro base è l’abitazione stessa del presidente del Consiglio, sita in via Forte del Trionfale, una traversa della più nota via Trionfale (…). Il servizio consiste soprattutto nella vigilanza della casa del Presidente e nella scorta durante gli spostamenti della sua preziosa persona (…).

L’ingresso al numero 79 di via Forte Trionfale è denominato da una guardiola a vetri. Il complesso delle tre palazzine non ha ingressi. , perciò chiunque entri non può sfuggire al controllo del corpo di guardia stabilito nella portineria. Qui stazionano in permanenza quattro agenti, due dell’Ispettorato generale e due del locale commissariato. Questi uomini conoscono ormai tutti gli abitanti del caseggiato, nessuna “faccia nuova” ha la speranza di passare inosservata. La sorveglianza della casa non potrebbe, insomma, essere organizzata meglio, bisogna darne atto al questore Saetta. Le dolenti note cominciano, invece, quando dalla casa si passa alla strada. Qui, nonostante l’indubbia buona volontà, permangono serie e gravi preoccupazioni. Vediamo il perché. Il Presidente Moro, da uomo ordinato e metodico che è, ha una giornata rigorosamente organizzata. Ciò, se dispone a favore dell’equilibrio interno del Presidente, lo rende purtroppo maggiormente vulnerabile. La prudenza consiglierebbe, infatti, una più larga varietà di movimenti. Invece Moro, temperamento impulsivo e spericolato, non rinuncia alle sue abitudini neanche se ne va di mezzo la propria sicurezza. Si configura così uno “schema – tipo” di movimenti che sembra essere fatto apposta per essere sfruttato da eventuali attentatori. Nell’ambito di questo schema, già di per sé così rischioso, l’on. Moro commette poi talune imprudenze, davvero imperdonabili, che qui avremo modo di sottolineare.

Il momento più pericoloso della giornata dell’on. Moro è l’uscita del mattino. Gli altri momenti sono tutti più o meno “atipici”, variano cioè da un giorno all’altro, a seconda degli impegni. Inquadrarli in uno “schema”risulta pertanto praticamente impossibile. L’uscita di casa, invece, avviene sempre nelle stesse circostanze. Schematizzarla è quindi elementare. L’o., Moro lascia la sua abitazione alle 8,30 in punto. Prende posto insieme alla consorte su una “Flaminia” blu ministeriale o su un “Alfa 2600” dello stesso colore. Questa delle 8,30 è l’ipotesi che configureremo nello “schema A”. Tracceremo poi uno “schema B” per i giorni in cui, come spesso avviene, il Presidente Moro si muove di casa mezz’ora più tardi, alle 9.

Schema A. (Segue meticolosa descrizione dell’ordine di partenza delle macchine, delle persone a bordo e del percorso: via del Forte Trionfale, via Trionfale, piazza di Monte Gaudio, sagrato della chiesa di San Francesco a Monte Mario, ndr) In chiesa l’on. Moro prende posto al terz’ultimo banco della fila di destra. Un agente si pone alle sue spalle, un altro resta alla porta, un terzo occupa l’ultimo banco della fila a sinistra. Gli altri si fermano all’esterno e vigilano l’ingresso al tempio e le adiacenze. L’on, Moro segue attentamente tutta la Messa (…). Finalmente ricevuta la particola, il Presidente e la moglie fanno ritorno al terzultimo banco e seguono pienamente il resto della funzione. Lui resta un po’ seduto, lei invece si inginocchia, il capo avvolto in uno sbiadito fazzoletto da testa annodato sotto la gonna, il cappotto color cenere sempre abbottonato. Nessuno che non la conosca la prenderebbe per moglie del Presidente del Consiglio. Terminata la messa, Moro e la moglie risalgono sull’auto ministeriale, mentre la scorta si dispone a ventaglio ai loro lati. Poi l’autocolonna, sempre una “Giulia” bianca in testa, riprende la marcia. Viene di nuovo percorsa la via Trionfale, questa volta in senso inverso. Il Presidente fa ritorno a casa. Alle 9,05 le tre automobili sono di nuovo davanti al n. 79 di via del Forte Trionfale. Come mai ? Semplice: i coniugi Moro sono digiuni per via della Comunione; tornano a casa per fare colazione. Il breakfast dura esattamente quindici minuti. Alle 9,20 il Presidente è di nuovo fuori, questa volta senza la moglie, che resta a casa mente lui si dirige velocemente a Palazzo Chigi. Il cortesi rimette in marcia per la terza volta, percorre via di Forte Trionfale, via Trionfale, quindi poco oltre la chiesa di San Francesco, gira a sinistra, prende via Igea fino a via della Camilluccia, la segue per un breve tratto, poi volta a sinistra per la rapidissima via Edmondo De Amicis, che, dall’alto della Camilluccia porta d’un balzo al piano dello Stadio Olimpico. Questa discesa, che i romani chiamano “K-2”, deve essere percorsa in molti tratti quasi a passo d’uomo per i continui angolatissimi tourniquès di cui è seminata. Inoltre, lungo i lati della strada si stende il fitto bosco della Farnesina, nel quale può celarsi qualunque insidia (…). Pericoli dello” schema A” – Abbiamo detto all’inizio che i rischi maggiori che l’on. Moro deve affrontare dipendono proprio dal ripetersi cronometrico dei suoi movimenti, ogni giorno, nel tragitto casa – chiesa – Palazzo Chigi. Esaminiamo ora, una per una, le possibili insidie. (Segue la descrizione dei pericoli che, ad avviso dell’articolista, possono presentarsi nei seguenti punti: Uscita di casa – incrocio di via Trionfale – davanti alla chiesa di San Francesco – dentro la chiesa di San Francesco, ndr).

Abbiamo finora parlato dei pericoli di cui è cosparso lo “schema A”. Lo “schema B” differisce dal precedente solo perché entra in funzione nei giorni in cui invece di uscire alle 8,30 l’on. Moro esce di casa alla 9. In questi casi il corteo si dirige sempre in via Trionfale, arriva alla chiesa di San Francesco, ma non si ferma, prosegue ancora un po’ , quindi svolta a sinistra per via Mario Fani e poi per via della Camilluccia, fino ad arrivare alla chiesa di Santa Chiara ai due Pini, la chiesa bene dei “vignaclarini”. Quando fa tardi, infatti, il Presidente perde la messa di San Francesco, che comincia alle 8,30, e deve perciò assistere a quella delle 9 di Santa Chiara. Dopo la Messa , tutto si svolge come descritto nello “schema A”, compreso il ritorno a casa e l’uscita successiva dopo 15 minuti”.



Non si tratta di un rapporto dei servizi segreti e neanche di un estratto dell’inchiesta dei brigatisti sui movimenti dell’onorevole Moro, ma, sorprendentemente, di un articolo contenuto in un opuscolo corredato di scritti “satirici” e cabarettistici del Bagaglino, il celebre cabaret romano che da quarant’anni offre quella “satira” di dubbio gusto e ossequiosa verso il Potere, così come piace al senatore a vita Andreotti. “Satira di destra”, si direbbe… L’autore è il “timoniere” del Bagaglino, Pier Francesco Pingitore, noto anche come regista di commediole all’italiana interpretate spesso dal comico Pippo Franco, altra colonna del Bagaglino. C’è da chiedersi perché un autore cabarettistico si occupi dell’incolumità del Presidente del Consiglio… Sulla data in cui fu scritto questo curioso articolo pare non esservi concordanza: secondo il già senatore Sergio Flamigni, esperto dell’affaire Moro e di altri misteri italiani, lo scritto risalirebbe al 1968, mentre per il senatore Pellegrino, già Presidente della Commissione Parlamentare di Indagine sul terrorismo e le stragi, fu pubblicato tre anni prima del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, ossia nel 1975. In entrambi i casi, negli anni citati, Moro era Presidente del Consiglio. Un fatto è certo: la precisione con cui sono indicati orari e tragitti indica che quanto è stato scritto non può essere farina del sacco di un comico o di un cabarettista. Le informazioni devono essere state passate da qualcun altro… Il contributo “satirico” dell’estensore più che muovere al riso poi, risulta piuttosto inquietante fin dal titolo, “Dio salvi il Presidente”, come a dire solo Padreterno può salvaguardare l’incolumità del Presidente del Consiglio. A posteriori l’ironia sul carattere “abitudinario” ma anche “spericolato” di Moro suona piuttosto irridente e sinistra. Il tono generale sembra proprio essere quello dell’avvertimento e della minaccia che traspaiono fra le righe di un foglietto burlesco. Chi ha trasmesso tutti i dati a Pingitore doveva essere ben consapevole di quello che faceva… La beffa più atroce di “Dio salvi il Presidente” potrebbe – e sottolineo il condizionale – essere stata consumata se tale libello fosse entrato in possesso delle BR. Avrebbe risparmiato tempo e fatica ai brigatisti nella loro inchiesta. Inoltre nei primi mesi del 1978 Moro non era più Presidente del Consiglio ma solamente Presidente del suo partito, carica più onorifica che realmente prestigiosa e quindi la scorta era stata ridotta.

A rifletterci bene la datazione avanzata dal senatore Pellegrino, notoriamente uomo misurato, dovrebbe inquietare di più di quella proposta nei libri del “dietrologo” Flamigni. Nel 1968, anno della cosiddetta “strategia dell’attenzione”, l’articolo di Pingitore poteva avere principalmente l’effetto di un minaccioso avvertimento e poco più, ma il 1975 è l’anno della riorganizzazione brigatista, della costituzione della colonna romana la cui funzione sarà principalmente quella di portare a compimento l’operazione Moro e verso la sua conclusione il capo brigatista Moretti prende in affitto il famoso appartamento sito in via Gradoli 96. La palazzina risulterà infestata di appartamenti riconducibili ad immobiliari i cui amministratori erano legati ai servizi segreti civili, il SISDE. D’altronde tutta la via Gradoli mostrerà aspetti insospettabili e singolari: uffici dei servizi segreti, appartamenti abitati da informatori e confidente della polizia, rifugi per stranieri in clandestinità e per malavitosi latitanti, covi di estremisti di destra e di sinistra. Fra le nuove ipotesi vi è quella che per un certo periodo di tempo Moro possa essere stato tenuto in ostaggio o in via Gradoli 96 o in un altro covo brigatista situato nella predetta via. E’ comunque curioso che un capo brigatista scelga di impiantare il quartier generale dell’organizzazione proprio in una zona del genere sotto gli occhi vigili di più di un servizio segreto. D’altronde tutta la vicenda che ruota intorno alla via Gradoli è molto torbida fino a quel 18 aprile 1978, in pieno sequestro Moro, quando fu “pilotata” al sua scoperta praticamente in contemporanea con la diffusione del falso comunicato brigatista numero 7 redatto da un falsario e trafficante di armi in rapporti con la banda della Magliana e con i servizi segreti. L’idea del falso comunicato era stata sviluppata nell’ambito dei Comitati di Crisi insediati per volontà del Ministro degli Interni Cossiga e con il decisivo contributo dell’”esperto americano Pieczenick. Quei comitati erano infarciti di elementi piduisti, filoamericani e piduisti… Fra il 1974 e il 1975 erano già note le intenzioni brigatiste di colpire l’onorevole Moro negli ambienti dei servizi segreti, come vedremo anche dagli articoli del solito Pecorelli. Invece di rafforzare le misure di sicurezza e occuparsi seriamente di neutralizzare i progetti brigatisti, qualcuno, in quel 1975, sempre che la datazione dell’articolo sia corretta, ha fatto pubblicare l’opuscoletto del Bagaglino diffondendo i particolari sulle misure di sicurezza a beneficio dell’allora Presidente del Consiglio. Lasciando pure da parte i brigatisti, in un periodo in cui, comunque, Roma era sconvolta da episodi sempre più frequenti e diffusi di grave violenza politica e pseudopolitica. Ma possiamo veramente ipotizzare che personaggi dei servizi segreti furono i reali ispiratori di quanto redatto dal Bagaglino. Lasciando un minimo di margine all’incertezza, oggi, grazie al libro della giornalista Stefania Limiti “L’Anello della Repubblica – la scoperta di un nuovo servizio segreto. Dal fascismo alle Brigate rosse” sappiamo che tale tesi potrebbe essere supportata e corroborata da elementi più che validi. Il cabaret Bagaglino era di proprietà di un curioso personaggio, tale Felice Fulchignoni. Ma chi era questo Fulchignoni ?



Messinese di origine, già fascista e repubblichino, capo dell’Ufficio propaganda del direttorio nazionale del PNF, dopo la guerra Fulchignoni si è lanciato in attività varie come impresario, produttore cinematografico, speculatore, ecc… Oltre ad essere proprietario del Bagaglino, ha fondato l’agenzia di stampa Adn Kronos. Iscritto a libro paga nel SIFAR, il curioso faccendiere faceva parte di un servizio “ultrasegreto” operante fin dai tempi della Seconda Guerra Mondiale e scoperto solo recentemente grazie al contributo dello storico Aldo Giannuli. Anello o “Noto servizio” – questi erano i nomi in codice di questo misterioso servizio segreto – è stato allestito a guerra ancora in corso da Mario Roatta, ex capo del SIM, invischiato probabilmente nell’assassinio dei fratelli Rosselli. Dopo essersi affidato per un breve periodo alle mani di tale Otimsky, un misterioso ufficiale ebreo polacco che forse aveva un’importante voce in capitolo nei servizi segreti israeliani, l’Anello è stato diretto per anni da un ex ufficiale dell’aviazione della RSI, Adalberto Titta. Ancora poco si sa di questa “cellula” ultrasegreta addetta ai dirty jobs, ma possiamo affermare con certezza che era alle dipendenze delle massime autorità della Prima Repubblica democristiana. Secondo la giornalista, il vero referente politico dell’Anello sarebbe stato l’onorevole Andreotti che a lungo ha ricoperto la carica di Ministro della Difesa e ha siglato i principali accordi segreti in ambito NATO. Compito dell’Anello, che svolgeva le sue scottanti mansioni in parallelo con i servizi segreti ufficiali con il concorso di ex badogliani, ex repubblichini, imprenditori, finanzieri, faccendieri e malavitosi, sarebbe stato quello di contrastare l’avanzata dei comunisti utilizzando strumenti non convenzionali e “non militari”. Fra l’altro sembra che avesse avuto un ruolo di primi piano nella “strategia della tensione” e nell’attivo sostegno al MAR di Fumagalli, nell’affare Mi. Fo. Biali sulle tangenti petrolifere, nella fuga dell’ufficiale nazista Kappler dall’ospedale Celio e nelle trattative per la liberazione dell’assessore democristiano Cirillo rapito dalle BR senzaniane. E, naturalmente nell’affaire Moro, come illustreremo…

Secondo una fonte anonima e non confermata Fulchignoni si trovava accanto a Giulio Andreotti e al futuro Gran Maestro della P2 Licio Gelli durante la cerimonia di inaugurazione dello stabilimento Permaflex di Prato nel 1965. Avrebbe presenziato in rappresentanza proprio del Titta, il capo dell’Anello. Se così fosse bisognerebbe ammettere che all’interno di questo servizio “ultrasegreto” Fulchignoni ricopriva un ruolo di prima grandezza. Ma quale ruolo ricopriva al suo interno ?

E’ sicuro che il Fulchignoni si legò anche finanziariamente al PSI e in particolar modo con le sue correnti autonomiste e di destra, ossia quelle che stavano intraprendendo la strada da una sempre maggiore autonomia dal PCI. Dal libro di Stefania Limiti apprendiamo come fosse notevole l’interesse dell’Anello nei confronti del PSI all’interno del quale si cercava di favorire ed influenzare le correnti di destra e di neutralizzare quelle di sinistra ancora giudicate troppo legate al carro comunista. In particolare, oltre alla corruzione e al ricatto, non erano esclusi strumenti più “drastici” come l’assassinio tramite simulazione di incidente. Ed è proprio quel che è accaduto più di una volta… Costantemente nel mirino dell’Anello fu il sindaco socialista di Milano Aldo Aniasi, l’ex partigiano dal nome di battaglia Iso. Peraltro, anni dopo, grazie anche al sequestro del figlio di Francesco De Martino, il più autorevole degli esponenti della sinistra socialista, da parte di gangster vicini al bandito Turatello, che il PSI sarà egemonizzato dall’area di destra sempre più saldamente nelle mani di Craxi. La liberazione fu pagata con soldi del Banco Ambrosiano del piduista Calvi. Quel sequestro impressionò molto l’onorevole Moro.

Altra era invece la specialità di Fulchignoni, imprenditore e speculatore che si legò soprattutto al Ministro dei Lavori Pubblici, il socialista autonomista Giacomo Mancini. Il Capo Ufficio Stampa del Ministro Mancini, Antonio Landolfi allestì a Roma l’agenzia stampa “Presenza Socialista” con la collaborazione di Fulchignoni. Esperto di propaganda e pubblicità nel cinema e nella televisione, Fulchignoni impose una gestione finanziaria non molto “ortodossa” e remunerativa. Sull’onorevole socialista calabrese Giacomo Mancini, destinatario di finanziamenti del bancarottiere mafioso e piduista Sindona e indicato dal Piano di Rinascita Democratica della P2 di Gelli come uno dei politici scelti per “rivitalizzare” il PSI, assieme al giovane astro Bettino Craxi, val la pena di spendere qualche parola…



Più che per i rapporti con un uomo proveniente dalla destra e legato ai servizi segreti come Fulchignoni, l’onorevole Mancini era “chiacchierato” per i contatti non sporadici con talune zone del “sovversivismo rosso”. D’altronde anche l’affaire Moro dimostrerebbe come talune aree del PSI non avessero disdegnato di intraprendere rapporti con l’estrema sinistra. Per chi ha vissuto quegli anni è noto come i socialisti fossero stati ben più “aperti” dei comunisti nell’intercettare settori dell’elettorato giovanile che militava io simpatizzava per gruppi della Nuova Sinistra. E quelli che si avvicineranno al PSI (come anche al Partito Radicale) non saranno pochi…

Rispetto alle altre personalità del PSI, il socialista autonomista Mancini ha coltivato relazioni particolarmente “pericolose”. In un passato non molto lontano è stato coinvolto in inchieste giudiziarie in cui lo si accusava di alimentare la “strategia della tensione” e di essere stato fra i burattinai della rivolta di Reggio poi egemonizzata dai neofascisti. Da queste accuse è passato indenne. Tante, davvero troppo le testimonianze, gli indizi e i sospetti che riguardano, invece, il suo “civettare” con componenti della sinistra extraparlamentare più agguerrita e “sovversiva” e non solo… Il solito informatissimo giornalista piduista Mino Pecorelli lo presentava in un vecchio articolo su OP del settembre 1975 come un generoso finanziatore di Lotta Continua. In sostanza avrebbe foraggiato Sofri & c. ai fini della “strategia della tensione”. La ragione principale dell’accanimento del giornalista di destra e molto ben informato da fonti nei servizi segreti risiede nell’amicizia e nell’alleanza con l’onorevole Giulio Andreotti che secondo il libro di Stefania Limiti era il referente politico e probabile capo dell’Anello. In quei tempi Pecorelli era particolarmente legato al piduista, già direttore del SID Vito Miceli, anch’egli uomo di destra, coinvolto in qualche modo nei retroscena del golpe Borghese e dell’organizzazione paramilitare atlantica Rosa dei venti. Questa cordata dei “servizi segreti” si contrapponeva in quel periodo a quella “andreottiana” dell’Ufficio D del SID capeggiato da un altro piduista, Gianadelio Maletti, l’uomo che aveva raccolto un copioso dossier sul golpe Borghese e sulle tangenti ricavate dal traffico di armi e petrolio con la Libia, ma anche l’uomo che aveva protetto i neofascisti indagati per la strage di piazza Fontana. Secondo la giornalista e scrittrice Rita Di Giovacchino, Mancini era amico del generale Maletti. Una guerra curiosa, quella interna ai servizi, in cui né Miceli né Maletti risulterà vincitore e si preferirà giocare su altri cavalli di battaglia. Curiosa anche perché entrambe le fazioni ruotano in qualche modo intorno alla loggia P2 e a Licio Gelli che, in qualche modo, si incaricherà di mettere “ordine” nei servizi segreti. Mentre – se assumiamo per vera l’ipotesi che l’opuscolo del Bagaglino è stato redatto nel 1975 – venivano indirizzati foschi avvertimenti al Presidente del Consiglio Moro da parte di Fulchignoni e dell’Anello dietro i probabili auspici di Andreotti, per iniziativa di Landolfi - uomo vicino a Mancini, come abbiamo visto – veniva costituito uno strano centro studi, il CERPET attorno al quale ruotavano esponenti del PSI e dell’organizzazione parlamentare di estrema sinistra Potere Operaio che di lì a poco si sarebbe sciolta confluendo nella vasta e variegata area dell’Autonomia. Nel medesimo palazzo romano, in piazza Cesarini Sforza, si installerà sia la sede del CERPET che della rivista dell’Autonomia organizzata “Metropoli”. Buona parte del gruppo del centro studi coincideva con la redazione di “Metropoli”. Oltre al noto Lanfranco Pace, figura di primo piano della rivista dell’Autonomia romana, era il professore di fisica Franco Piperno che insegnava all’Università di Cosenza. Già militante del PCI, Piperno si era avvicinato all’onorevole calabrese Mancini quando era leader di Potere Operaio. La circostanza che buona parte dei punti di riferimento dell’Autonomia fosse anche stata a capo del movimento di sinistra extraparlamentare Potere Operaio induce a ritenere che vi fosse stata una buona dose di continuità. Ancora più importante, più di un elemento e di un indizio fanno pensare che frazioni dell’Autonomia, così come altri gruppi armati, non siano stati estranei all’affaire Moro e alla gestione del sequestro.

Da alcuni appunti del giornalista Pecorelli fatti sequestrare dalla magistratura romana in seguito al suo assassinio, si avanza addirittura il sospetto che Piperno fosse il vero capo delle BR e il “contatto fra CIA/KGB e mafia da un lato e mafia/BR dall’altro”. In effetti anche la criminalità organizzata pare avere avuto un ruolo non secondario nell’affaire Moro. Secondo il giornalista inglese Philip Willan, esperto in misteri italiani, Piperno era semplicemente “il capo dell’ala brigatista che voleva Moro libero, quella legata alla frangia più violenta dell’Autonomia. Di sicuro, per ammissione dello stesso Piperno, nell’estate del 1978 ebbe un incontro a casa di un personaggio altoborghese romano alla presenza del capo brigatista Moretti su cui non si è mai voluto fare luce.

Nel corso dei 55 giorni del sequestro Moro i contatti fra i socialisti Craxi e Signorile e i leader dell’Autonomia romana Pace e Piperno da un lato e fra questi ultimi e i brigatisti Morucci e Faranda, già militanti di Potere Operaio dall’altro furono molto intensi specialmente dopo il 18 aprile, giorno della scoperta pilotata del covo di via Gradoli 96 e del falso comunicato brigatista numero 7. Il leader socialista Craxi si fece deciso promotore della linea della “trattativa” per salvare Moro. Si trattava davvero solo di salvare la vita dello statista democristiano o piuttosto di rilanciare una rinnovata intesa fra DC e PSI che escludesse definitivamente il PCI, come, in effetti, sarebbe accaduto con la formula del pentapartito ? Le cosiddette “trattative” ebbero sicuramente più una valenza politica che umanitaria, come si fece credere allora. Fra i personaggi di caratura politica Bettino Craxi si situava sicuramente fra coloro che erano a conoscenza di determinati particolari.

Secondo un’informativa del SISDE il segretario del PSI era convinto che i suoi compagni di partito Mancini e Landolfi fossero stati invischiati nel terrorismo. Un’altra sparata, Craxi la fece nel 1980 quando sostenne che un suo vecchio ex compagno di partito nell’area autonomista, tale Corrado Simioni, era il vero capo delle BR. Boutade ? Convinzione o sospetto ? Craxi si rimangiò quanto affermato e Simioni commentò con parole del tipo che, in fondo, accusandolo, Craxi avrebbe accusato anche sé stesso. Una dozzina di anni dopo l’affermazione di Craxi verrà ripresa dal collaboratore Larini nell’ambito dell’inchiesta Mani Pulite. Ma su Simioni e sulla scuola parigina di lingue Hyperion su cui gravano ancora pesanti sospetti di aver fomentato l’”euroterrorismo” accenneremo nel prossimo capitolo.

Nel contesto di quegli anni già carichi di violenza e di una lotta politica che non escludeva mezzi estremi e delinquenziali forse non devono stupire troppo questi approcci nei confronti dell’estrema sinistra da parte di esponenti del PSI come Mancini. Sicuramente il tentativo di attrarre fette consistenti di elettorato giovanile ha contato su talune scelte. Così si può spiegare il finanziamento di Lotta Continua e il sostegno offerto a Potere Operaio e frange dell’Autonomia, ma nel complesso il quadro si riempie di tinte sempre più cupe soprattutto se grava il sospetto di rapporti non proprio superficiali fra l’onorevole Mancini e l’enigmatico capo brigatista Senzani. Conviene qui lasciar parlare un testimone, il pentito brigatista Galati vicino alla frazione brigatista di Antonio Savasta:

“Durante i colloqui che Fenzi ebbe con me e Moretti, egli ci informò dei contatti di Senzani con la ndrangheta in Calabria, finalizzati sia a creare un rapporto operativo tra le Brigate Rosse – Fronte delle carceri – e la mafia calabrese, che per l’immediato, all’attuazione di piani di evasione da Lamezia Terme e da Palmi. Secondo Senzani qualsiasi iniziativa per l’evasione da queste carceri non era possibile senza l’appoggio della mafia calabrese. Nell’ambito di questi rapporti con la ndrangheta, la Ravazzi (la compagna di Fenzi, NDA) manteneva rapporti con l’onorevole Mancini, il quale era ben consapevole dell’appartenenza della donna alle Brigate Rosse. Il Fenzi mi disse che durante la frequentazione di Mancini in Calabria, la donna incontrò più volte Giovanni Senzani. Il Fenzi mi disse, inoltre, che Senzani manteneva rapporti indiretti con l’area politica che faceva capo a Mancini (…) obiettivo dell’onorevole Mancini era innanzitutto quello di creare un’area politica che ostacolasse il PCI e un suo avvicinamento al governo. Secondo l’onorevole Mancini, una estensione dell’area della lotta armata avrebbe certamente danneggiato il PCI costringendolo ad assumere posizioni repressive e subalterne alla Democrazia Cristiana (…). Nell’analisi che facevamo io, Fenzi e Moretti, l’onorevole Mancini era ben consapevole dei limiti della lotta armata e quindi dell’impossibilità di raggiungere certi traguardi offensivi. Dall’altra parte egli sapeva che politicamente influenzava una gran parte di giovani e poteva essere un elemento di pressione politica e anche una riserva di voti.” Se la testimonianza resa dal brigatista è veritiera non può essere lasciato spazio a dubbi circa la volontà dell’onorevole Mancini e probabilmente di esponenti di aree affini del PSI di strumentalizzare la lotta armata e i gruppi della sinistra extraparlamentare per danneggiare politicamente i “competitori” politici del PCI. Non si può negare che, effettivamente, quanto più si è diffuso il terrorismo “rosso” degli anni di Piombo tanto più il PCI ha dovuto assumere posizioni più repressive perdendo fette non indifferenti di consenso. Aggiungiamo poi che Mancini era alleato politico di Andreotti e che si avvaleva della collaborazione di un uomo di destra appartenente al servizio “ultrasegreto” Anello – di cui Andreotti era probabilmente il capo -. Aggiungiamo anche l’inquietante anche se indiretto rapporto con il capo brigatista Senzani che, come vedremo, oltre a “teorizzare” e praticare pericolose alleanze fra l’organizzazione terroristica e la criminalità organizzata dell’ndrangheta calabrese e della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo, pare essere stato legato a fazioni dei servizi segreti. Aspetti che verranno approfonditi in seguito…

Per quel che concerne le perniciose relazioni fra la criminalità organizzata e le BR, se Giovanni Senzani è stato il più spregiudicato tessitore di questo genere di alleanze anche in precedenza, come ha dovuto ammettere il brigatista “storico” Franceschini di fronte alla Commissione Stragi e Terrorismo, l’organizzazione terrorista aveva dovuto confrontarsi con le mafie.

Fra la fine del 1975 e il 1976, il periodo in cui veniva rilanciata l’organizzazione brigatista, veniva creata la colonna romana e preso in affitto l’appartamento “caldissimo” di via Gradoli 96, il capo brigatista Moretti con la “compagna” Balzerai si recava a Catania in Sicilia e a Reggio Calabria. Gli altri brigatisti negano che l’organizzazione fosse a conoscenza di predetti viaggi. Difficile credere che il fine di quelle trasferte fosse quello di impiantare nuove colonne in meridione. In ogni caso il capo brigatista non può non aver trascurato di contattare emissari dei boss di Cosa Nostra siciliana e della ndrangheta calabrese. In quel periodo, poi, fervevano i preparativi dell’operazione Moro. La criminalità più o meno organizzata (mafia italoamericana, Cosa Nostra siciliana, ndrangheta calabrese, Nuova Camorra Organizzata, banda della Magliana e banda Turatello) entra a pieno titolo nell’affaire Moro soprattutto nei tentativi naufragati di avviare contatti per eventuali trattative con i brigatisti. Inoltre, quella della criminalità organizzata, rappresenta un’altra “zona grigia” che si lambisce in ugual misura i servizi segreti e le BR. Emblematica è tutta la vicenda del falsario Toni Chicchiarelli, l’autore del falso comunicato brigatista del lago della Duchessa. Un amico di Moro, il senatore democristiano Giovanniello attribuì l’esecuzione dello statista a criminali comuni o a una componente “delinquenziale” delle BR diversa da quelle comunemente note.



Tante quindi, troppe anomalie si concentrano sulle BR e sull’operazione Moro, dai servizi segreti alla criminalità organizzata e comune. Tornando alla connection fra le BR e aree del PSI, nel gennaio del 1985 il giornale di destra “Il Borghese” pubblicò una breve nota sotto la firma “Il polveriere” che specificava particolari curiosi sull’arresto del capo brigatista Senzani. Nel suo appartamento, in cui ci si sarebbe aspettati, ad esempio, di trovare ritratti di Marx e del Che, si presenta invece in bella vista un ritratto di Bettino Craxi. Vero non vero ?

Agli inizi del 1982, quando Senzani fu arrestato erano in programma due gravissimi attentati a base di bazooka e di esplosivo. Uno, dimostrativo, contro il Ministero di Grazia e Giustizia, , l’altro contro palazzo Sturzo all’Eur, durante una riunione del Consiglio della DC avrebbe provocato una strage e avrebbe avuto effetti devastanti dal punto di vista politico. L’attentato avrebbe letteralmente piegato la DC. Secondo lo storico Giuseppe De Lutiis , in un saggio sul libro della KAOS edizioni dedicato all’affaire Moro “Sequestro di verità”, dell’azione terroristica avrebbe beneficiato proprio il PSI in grado di raccogliere l’elettorato moderato disperso. Lo stesso sequestro Cirillo di qualche tempo prima, di cui Senzani fu l’indubbio ideatore, si è risolto in un tentativo di ricatto nei confronti della DC da parte delle BR, camorra “cutoliana”, e di spezzoni dei servizi segreti con tanto di pagamento di riscatto.

Secondo la testimonianza del brigatista Buzzati, fido collaboratore di Senzani, quell’ondata terroristica si avvaleva della consulenza tecnica di un misterioso personaggio francese, Paul Baudet che si ritiene uomo di de Grossouvre, capo della GLADIO francese e stretto collaboratore del Presidente della Repubblica francese, il socialista Mitterrand. Baudet venne accusato di appartenere alla cosiddetta “cellula dell’Eliseo” sicuramente in contatto con la già nominata scuola di lingue Hyperion. Ma su questi argomenti, così come sugli oscuri rapporti fra Senzani e i servizi segreti, torneremo…

Solo recentemente è stata presa in seria considerazione l’ipotesi di un effettivo coinvolgimento del brigatista Senzani nell’operazione Moro. D’altronde la storia della sua militanza nelle BR è sempre stata piuttosto oscura. In un articolo allusivo e sibillino la rivista dell’Autonomia “Metropoli” riterrà il brigatista “Blasco” (nome di battaglia di Senzani) il reale responsabile dell’esecuzione di Moro, l’uomo da cui partì l’ordine. Vista l’inclinazione di Senzani a coltivare amicizie pericolose anche nella criminalità organizzata o comune non dovrebbe stupire. Quella componente “delinquenziale” delle BR di cui parlava Giovanniello faceva veramente riferimento a lui ?

E “Metropoli”, rivista di quell’area dell’Autonomia che si era spesa per la trattativa durante il sequestro contattando i brigatisti che “volevano salvare Moro”, voleva forse mostrare che non era assolutamente d’accordo con la decisione finale dei brigatisti ?



E l’Anello ? Se la mano della misteriosa “cellula” parallela ai servizi segreti ufficiali può essere messa in dubbio per quanto riguarda lo scritto del Bagaglino, tuttavia sussistono pochi margini di incertezza sul suo intervento attivo nell’affaire Moro. Un testimone, tale Michele Ristuccia, amico e confidente del capo dell’Anello, Adalberto Titta, ha riferito alcune rivelazioni di estremo interesse da parte di quest’ultimo. L’Anello entra prepotentemente nei 55 giorni che sconvolsero - e sotto sotto ancora sconvolgono - l’Italia in due circostanze di rilievo: l’agguato di via Fani e le “trattative” sotterranee con i brigatisti con tanto di pagamento di riscatto.

Innanzitutto, secondo le parole del Titta, all’azione in via Fani, avrebbe partecipato un uomo dell’Anello meridionale infiltrato nelle BR, un malavitoso calabrese. Non si è mai saputa l’identità del misterioso componente del “superservizio”, ma anni fa, il pentito calabrese Saverio Morabito fece il nome del boss della ndrangheta calabrese Antonio Nirta, infiltrato nelle BR su ordine del discusso ufficiale dei carabinieri in odore di servizi segreti, Delfino, pure lui calabrese. Tuttavia sono emersi maggiori elementi per sostenere che il killer fosse un altro, il “legionario di nome De” citato nell’articolo di Mino Pecorelli “Vergogna buffoni !” sul numero di OP del 16 gennaio 1979.

Il riferimento è a Giustino De Vuono, calabrese, ex legionario vicino agli ambienti della malavita calabra, ma anche dell’Autonomia, infatti venne condannato per il sequestro e la morte dell’ingegner Saronio. Descritto come tiratore eccezionale poco prima del sequestro dell’onorevole Moro evase dal carcere e verrebbe da chiedersi se tale fuga non venne “pilotata” e favorita dal qualcuno. A poche ore dall’agguato di via Fani il Ministero degli Interni fa diffondere le fotografie dei brigatisti che presumibilmente hanno partecipato all’azione e fra queste c’è quella di De Vuono. Viene riconosciuto da due testimoni oculari in via Fani e l’addetto alle pulizie dello stabile di via Gradoli lo identifica come l’uomo che, vestito da spazzino, vi era entrato e uscito.

Un servizio del giornale spagnolo “El Pais” ne parla come l’uomo come l’esecutore della sentenza di morte dell’onorevole Moro. Insomma ce ne sarebbe abbastanza per approfondire, invece il nominativo del presunto killer calabrese sparirà dalle cronache giudiziarie. L’appartenenza al servizio segreto parallelo comandato da Titta potrebbe essere la risposta agli interrogativi.

Nell’immediatezza dei fatti seguiti all’agguato in via Fani, da uno stabile qualcuno scatta delle fotografie, ma del rullino non rimarrà alcuna traccia. Perché ? Perché gli scatti ritraggono un personaggio della malavita calabrese e qualcuno è interessato ad occultare questa presenza, soprattutto nella stessa ndrangheta. Quando un membro della mafia calabrese contatta l’onorevole Cazora, esponente della sinistra democristiana, mette in chiaro l’interesse per il rullino in cambio dell’indicazione della zona in cui si trovava la “prigione” brigatista in cui è rinchiuso Moro. Agli atti quel contatto sembra finalizzato più a soddisfare l’interesse dei malavitosi calabresi che non a centrare l’obiettivo della liberazione dello statista democristiano. Come è noto, per ottenere la sua liberazione, si attivarono gli amici democristiani di corrente come il collaboratore Sereno Freato e altri esponenti politici di origine calabrese come Misasi ed il citato Cazora. Sicuramente si mossero per adoperasi anche per trattative con chi potesse risultare utile alla liberazione di Moro, al di là della linea ufficiale del partito all’insegna della supposta “fermezza”.

Per quanto parole possono essere sprecate sull’argomento è fuor di dubbio che approcci, trattative, contatti sotterranei si protrarono nell’arco di quei 55 giorni. Si aggiunga che non fu predisposta alcuna seria operazione di polizia per stanare i brigatisti, ma si fecero – come è stato amaramente sottolineato – “operazioni di parata” per “addormentare” e rassicurare l’opinione pubblica e tenerle all’oscuro su quel che si stava consumando. Lo stesso Pecorelli accusò il Ministro degli Interni Francesco Cossiga di non fare praticamente nulla di concreto per liberare l’ostaggio delle BR anche perché “doveva riferire a qualcuno più in alto, fino alla Loggia di Cristo in Paradiso”. Sappiamo come i Comitati di Crisi e gli stessi vertici di polizia, carabinieri, esercito e servizi segreti fossero occupati dalla famigerata loggia “ultratlantica” della Propaganda Due. Varie testimonianze provenienti dagli ambienti della criminalità organizzata come il boss della Nuova Camorra Organizzata e quella del pentito di Cosa Nostra siciliana Mannoia - che mise in bocca al boss del quartiere palermitano di Porta Nuova Pippo Calò, il cassiere della mafia e in stretti rapporti di alleanza con i testaccini della banda della Magliana, le seguenti parole: “Uomini molto importanti del suo partito lo vogliono morto!” – inducono a ritenere che le iniziative che avrebbero coinvolto le maggiori organizzazioni criminali italiane furono stoppate, perché fondamentalmente i più potenti uomini della DC non volevano trattare con le BR e preferivano che Moro venisse eliminato. Per fermare tali iniziative fu coinvolto pure il mafioso italoamericano Frank Coppola.

Anche la confidenza resa da Titta a Ristuccia in base alla quale il Presidente del Consiglio era “intenzionato a non fare niente” converge con le altre testimonianze. Vi è da aggiungere, però, che l’Anello si attivò per avviare una trattativa per la liberazione di Moro dietro pagamento di riscatto.

L’uomo delegato a “raccogliere” la cifra da pattuire era un curioso frate appartenente all’Anello, padre Zucca, mentre la somma sarebbe stata nella disponibilità del Vaticano. Papa Paolo VI, che di lì a qualche mese morirà, era amico di antica data dell’onorevole Moro, disponibile a promuovere iniziative per la sua salvezza. L’ipotesi di contatti fra Vaticano e BR potrebbe essere corroborata dall’azione di polizia che condusse all’arresto dei brigatisti Morucci e Faranda, già rappresentanti dell’ala della “trattativa” nelle BR ed ormai fuori dall’organizzazione, nel marzo del 1979 in viale Giulio Cesare, un altro appartamento covo denso di misteri piuttosto inquietanti. Secondo Giuliana Conforto, figlia di un ormai noto esponente del PSI e spia “doppiogiochista” del KGB sovietico, fu Proprio Franco Piperno a chiederle di ospitare i due terroristi. La Conforto, proprietaria dell’appartamento, era anche lei introdotta nella fazione dell’Autonomia che ruotava intorno alla rivista “Metropoli”. Nella perquisizione dell’appartamento fu rinvenuto un biglietto con il recapito del Presidente dello IOR monsignor Paul Marcinkus che poi diverrà noto alle cronache come “socio” nei maneggi finanziari dei bancarottieri piduisti Calvi e Sindona. Il riscatto avrebbe dovuto essere pagato dallo IOR. Se l’Anello si è inserito nella “trattativa” è improbabile concludere che non avesse il placet del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti che, infatti, dirà che l’unica vera iniziativa di “trattativa” praticata è stata quella del Vaticano. Bisognerebbe chiedersi inoltre se per caso le varie “linee di trattativa”: quella del riscatto pagato dal Vaticano con l’intervento dell’Anello, i contatti fra esponenti del PSI, leader dell’Autonomia ed alcuni brigatisti e quello fra i democristiani vicini a Moro e la ndrangheta calabrese non si intreccino fra loro.

Se si leggono verbali di intercettazioni, testimonianze, documenti si ha l’impressione che questa “sovrapposizione” sia soprattutto servita per finalità politiche e per i giochi di potere piuttosto che per salvare l’onorevole Moro. Innanzitutto questo ambiguo atteggiamento “trattativista” si incuneava nella coalizione della solidarietà nazionale e questo era certamente auspicato da chi voleva allontanare il PCI dalle stanze che contavano. Sicuramente era auspicato dal segretario del PSI Craxi che voleva rilanciare il suo partito, in un ruolo autonomi e che verrà precisato negli anni a seguire. In quel frangente Moro e gli uomini a lui vicini erano disposti anche a sacrificare l’intesa fra DC e PCI per un rinnovato accordo di “centrosinistra” imperniato sulla DC e sul PSI. Insomma il partito scudocrociato era indubbiamente sotto ricatto anche per la paura delle rivelazioni dello statista nei carceri brigatisti. Una situazione che si ripresenterà con il sequestro Cirillo, vicenda in cui, non a caso, interverrà nuovamente l’Anello, e che si svolgerà nel periodo caldo in cui verrà alla luce (parte) della composizione della loggia P2. C’era poi la necessità di rimuovere, di zittire, di occultare i risultati dell’interrogatorio brigatista, ecc… Non dovrebbe sorprendere quindi la cortina di fumo che è stata calata. Se nessuna operazione di polizia è stata fatta durante quei 55 giorni significa che l’affaire si è sviluppato lontano dai riflettori. Occorreva anche tenere lontana la Magistratura dall’odore di scandalo che emanava la DC, vecchio partito costretto al potere.

E il democristiano sui generis Andreotti ? Con ogni probabilità mirava a sfruttare la situazione per rilanciare sé stesso e il suo potere ed è senz’altro degno di nota che se l’Anello, direttamente o indirettamente, partecipò all’agguato di via Fani e al contempo venne utilizzato per la trattativa dietro riscatto delle BR, non hanno certo contato molto le valutazioni circa l’incolumità dell’onorevole Moro. In tal caso non sarebbe stata possibile nemmeno l’azione di via Fani.

Come “centro del centro”, grande tessitore e manovratore, referente non sempre ortodosso degli americani, Andreotti poteva anche considerare Moro un ostacolo. In fondo il divo Giulio ha dialogato con tutti, ma veramente tutti, dall’MSI al PCI e comprendeva forse che l’ondata di sinistra con l’avanzata elettorale del PCI poteva essere un “fuoco di paglia”, come è stato. Chi poteva essere più adatto per garantire in quel contesto un transizione moderata se non lui ? Prima contrario all’apertura al PCI, poi l’avvicinamento e di nuovo l’allontanamento dopo qualche tempo… Occorreva, invece, mettersi a riparo dalle sortite degli avversari politici del momento e rassicurare gli americani e gli alleati. Sta forse in tutto questo il senso dell’intervento dell’Anello.



L’affaire Moro rimane una concatenazione di vicende complesse, in parte oscure ed inquietanti e con più chiavi di interpretazione. Una di queste pare essere la ricorrenza della Calabria.

Calabrese è Giustino De Vuono, indicato come l’infallibile tiratore di via Fani, legato all’Anello, alla malavita della sua regione e a personaggi dell’Autonomia.

Calabresi sono senza dubbio il boss della ndrangheta Nirta e l’ufficiale dei carabinieri Delfino.

Calabresi sono gli amici democristiani di Moro che entrano in contatto con la ndrangheta per salvare Moro.

Calabrese è l’onorevole socialista autonomista Giacomo Mancini così generoso e disponibile nei confronti dell’area del “sovversivismo rosso”.

Il professore di Fisica Franco Piperno, leader dell’Autonomia e amico dell’onorevole Mancini, in contatto con i brigatisti più disponibili alla trattativa, insegna nell’Università di Cosenza in Calabria e la frangia più agguerrita dell’Autonomia sembra fare riferimento a tale regione.  




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